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Un Laboratorio dell’ottimismo a Gaggera

Nella comunità terapeutica di Via Gaggera nei pressi di Gradara, durante il periodo di isolamento si è tenuto un “laboratorio dell’ottimismo” in cui ciascuno è stato lasciato libero di esprimersi e di raccontare attraverso disegni, scritti e componimenti vari, da solo o in gruppo, quello che stesse vivendo.

Una comunità che apprende e una comunità per apprendere. Questo è lo spirito che anima Gaggera. Ma perché un laboratorio? E perché dell’ottimismo? Perché pensare positivo aiuta a stare bene sia fisicamente che mentalmente. Nella vita di ognuno di noi, si deve cercare il modo di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose, di valorizzarle, esibirle e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona unica, preziosa.
Il termine laboratorio invece è impiegato con significati molto diversi in una pluralità di contesti: si parla di laboratori nell’ambito del lavoro, della ricerca, della formazione, della partecipazione e anche dei servizi.
Pur con significati diversi, in tutti i contesti quando si parla di laboratorio in genere si indica un’attività organizzata, più o meno complessa in funzione di uno scopo. Fra i vari obiettivi che possono essere affidati ad un laboratorio, uno dei più frequenti è l’apprendimento e le sviluppo di conoscenze. Il laboratorio quindi è sinonimo di pratica, di esperienza, un’attività che coinvolge la persona sia dal punto di vista cognitivo che emotivo. Si tratta di un percorso di esplorazione individuale e di gruppo: si sa da dove si parte, si sa la meta che si vuole raggiungere, ma non sappiamo cosa si potrà effettivamente scoprire via, via o la forma e il colore che prenderanno le emozioni lungo il percorso. Perché ciò che si trova in un percorso di esplorazione non dipende solo da ciò che c’è nell’ambiente, ma anche dagli esploratori: da ciò che cercano e che sono in grado di vedere, dalla passione con cui lo fanno e dal gruppo che sono, dalle relazioni che hanno.

La creatività è terapeutica, favorisce l’esplorazione, l’espressione e l’integrazione dei vissuti corporei, psicologici ed emotivi. L’utilizzo di modalità espressive non verbali, come la produzione artistica e l’uso libero e spontaneo dei materiali, promuove il recupero e lo sviluppo del processo creativo di ognuno di noi, alla base del benessere psicoaffettivo, delle capacità di comunicazione e relazione. I diversi momenti di realizzazione di un’immagine o di un disegno, così come le esperienze sensoriali evocate dai materiali stessi, facilitano il contatto con pensieri ed emozioni legati sia ad esperienze significative del passato che a quelle connesse al momento presente. I materiali, il processo creativo e l’immagine prodotta fungono quindi da veicolo e da contenitore per vissuti e affetti (a volte difficilmente comunicabili per via verbale) e permettono così l’acquisizione di un maggiore senso di controllo sul piano emotivo all’interno di uno spazio protetto, in un clima di condivisione e ascolto privo di giudizio. Le immagini e i prodotti creativi che sono stati realizzati all’interno di questo particolare laboratorio, non hanno finalità tecniche o estetiche ma sono strumento di relazione con se stessi e con l’altro.

Hillman afferma “che non è l’uomo che va curato, ma le immagini del suo ricordo, perché il modo in cui ci raccontiamo ed immaginiamo la nostra storia, influenza il corso della nostra vita”. A tal proposito, il riciclo creativo è una tecnica molto utile perché oltre a dare libero sfogo alla creatività con l’utilizzo dei più disparati oggetti permette di dare a questi ultimi nuova vita. Un oggetto, un pezzo di carta… destinato alla spazzatura viene recuperato e riadattato per creare qualcosa di nuovo. Alla base di questa attività c’è una grande verità e la profonda consapevolezza che ogni essere o oggetto ha infinite vite e capacità adattive, può funzionare in contesti diversi da quelli convenzionali, può addirittura sviluppare potenzialità che nella forma originaria non avrebbe potuto scoprire.

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